| Più donne che femministe |
Università di Basilea il 16-17 marzo 2001:
per "Koerperkonzepte" convegno organizzato da Claudia Opitz-Belakhal |
Quando parlo in contesti come questi, c’è o può esserci l’aspettativa di ascoltare da me l’esposizione del femminismo detto della differenza. È abbastanza naturale ma sarebbe fuorviante, perché dovrei adottare il linguaggio che costruisce i suoi oggetti. Ma proprio con il femminismo ho lasciato questo linguaggio che costruisce i suoi oggetti (non l’avevo mai imparato bene) per un linguaggio che consente all’altro – ad altro - di significarsi. Sto ancora imparandolo e sono ancora molto indietro, ma qualcosa ne so: è un linguaggio che apre buchi nell’ordine del discorso, perché altro di non previsto possa passare e dirsi.
Non mi chiedo che cos’è o che cos’è stato il femminismo, perché quello che m’interessa è sapere che cos’è capitato con il femminismo. Nella domanda così formulata il femminismo è un complemento indiretto, altro non può essere; certo non è niente che possa accadere. Femminismo è una delle tante parole in "ismo" coniate fra il Sette e l’Ottocento, quando si voleva fare la scienza delle idee così come facevano quella delle piante o degli insetti: inventando nomi. Ma è una parola che non disprezzo perché è associata a persone e avvenimenti che mi stanno a cuore.
Perciò, a quel primo complemento indiretto ne aggiungo un altro: che cosa mi è capitato con il femminismo. Se lo saltassi, perderei l’interesse, che significa - nella sua stessa etimologia, evidente in italiano: inter-esse, trovarsi in mezzo – un coinvolgimento personale nel tema.
Ma posso anche dire, anzi devo: che cosa ci è capitato con il femminismo, perché con il femminismo c’entrano (ci entrano) anche altre donne. Di nuovo, la mia lingua offre, con il significante dell’entrarci, un significato di coinvolgimento. Non sono sola nel mio inter-esse. Ma non nel senso che si tratta di uno stesso avvenimento avvenuto a tutta una serie di donne, ossia un avvenimento di natura sociale o collettiva. Non lo nego ma non è questo che mi risulta. Mi risulta che, con il femminismo, non mi sarebbe capitato niente se non fossi stata in relazione con altre donne. (Lo avrei letto sui giornali e sui libri e forse mi avrebbe solo irritata: il femminismo dei giornali e dei libri è piuttosto irritante.) È vero che la storia umana non si riduce a storia sociale, tanto meno la storia delle donne, se cerchiamo l’umano alla sua radice che è la relazione. (1)
Così, almeno, è stato per me. C’è di più, che quello che mi è capitato non ha fatto che passare attraverso sempre nuove relazioni con donne. E tendo a pensare che questa circostanza del passare attraverso le relazioni sia la risposta o una parte di essa. Forse posso dire che con il femminismo mi è capitato di entrare in relazione con donne? Lo ero già, ma è cambiato il senso di questa relazione e so anche come, che è diventata, di colpo, una relazione che ha il potere di cambiarmi.
Nella lingua che parlo, un avvenimento si lascia pensare come il passaggio da uno stato di cose ad un altro, passaggio che comporta la rottura di una continuità. Come tale, non è raccontabile in sé, se non in forma di mito. Spesso, le persone coinvolte in grandi avvenimenti, li vivono quasi senza saperlo, lì al momento. Lo sanno in seguito, man mano che misurano il salto tra il prima e il dopo. I grandi avvenimenti hanno questo rapporto con il tempo: non prendono quasi tempo per avvenire però dopo lo riempiono di sé. Potrebbe essere il criterio di un grande avvenimento: la sproporzione fra il poco tempo che prendono per avvenire e il molto tempo che ci vuole per saperli. Con il femminismo è avvenuto qualcosa che si è tradotto, per me, in trent’anni di scrittura.
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(1) María-Milagros Rivera Garretas, Mujeres en relación. Feminismo 1970-2000, Icaria, Barcelona 2001. |
Torna la domanda: che cosa mi-ci è accaduto? Una risposta comincia a esserci, sia pure a frammenti: una rottura nell’ordine del discorso, una relazione con donne che ha il potere di cambiare e una scrittura. Ci sono grandi avvenimenti che non hanno un nome appropriato. Spesso, questi avvenimenti senza nome proprio prendono quello di "nascita". La nascita è l’av-venimento archetipico, perchè nascere è un venire al mondo. Posso dire che, con il femminismo, mi è capitato di nascere nuovamente? Sì, potrei, ma preferisco di no, perché temo che la metafora della seconda nascita getti il discredito sulla prima nascita che è quella che mi collega a una donna troppo importante e troppo potente.
Prendo perciò un’altra strada. Me la offre un bellissimo epistolario che sto leggendo, fra la allora giovanissima, 18-19 anni, Ana María Moix, che vive a Barcellona, e Rosa Chacel, che vive in Brasile, più vecchia di lei di quasi mezzo secolo.(2) Siamo nel 1965 e la giovane, scrittrice ai suoi esordi, dice, a proposito di alcuni racconti di Rosa Chacel: «Trovo ammirevole il modo in cui lei è riuscita a sottrarsi alla troppo facile tendenza a lasciarsi trasportare dalla sensibilità femminile. Nei suoi racconti si può sentire un autore sia maschile che femminile, indifferentemente; o, meglio, non si può sapere se sono scritti da un uomo o da una donna, e così dev’essere, io credo (a seconda delle cose, s’intende), ma è difficile arrivarci». Al che l’altra risponde: (3) «quello che lei dice circa la femminilità – o mancanza di femminilità – nella espressione, mi pare molto esatto. Io credo che in nessun caso debba esserci espressione femminile», neanche nel caso in cui si tratti di «esperienze che solo una donna può avere», e questo perché l’espres-sione «deve seguire la scuola dei grandi prosatori che, in bene o in male, finora sono stati uomini».(4)
Le due, chiaramente, dicono cose diverse. Ana María, che teme il presentarsi della "sensibilità femminile" nella scrittura di una donna, è sul punto di elevare a principio estetico ("es como debe ser") l’indifferenza sessuale della scrittura letteraria. O, tradotto in parole più filosofiche, la trascendenza della scrittura letteraria rispetto al corpo sessuato.
Ma quello che lei sta cercando, come s’indovina attraverso l’epistolario, comprese le lettere della sua acuta corrispondente, è un contenimento della sensibilità femminile, di cui lei non ha ancora trovato la misura. Di conseguenza, quello che parla, nelle sue parole, è la preoccupazione per un ordine simbolico nel quale il corpo sessuato femminile è il resto (quello che avanza) dell’operazione metaforica che spiritualizza l’essere umano. Si potrebbe ripercorrere a questo punto la storia dell’estetica, si potrebbe citare Hegel, Fenomenologia dello spirito, o la nozione freudiana di sublimazione, ma, per portare un esempio che ha il merito di essere chiaro e breve, citerò la famosa Epistola aurea di Guillaume de Saint-Thierry:«Aussi longtemps qu’elle reste de genre féminin, l’âme s’effemine en ce qui est charnel; une fois devenue animus, c’est-à-dire une fois spiritualisée, une fois qu’elle est esprit, elle ne s’arrête qu’aux choses viriles et spirituelles» («Quamdiu enim anima est, cito in id quod carnale est effeminatur; animus vero, vel spiritus, non nisi quod virile est et spirituale meditatur»).(5)
Nella giovane donna il desiderio di diventare scrittrice di valore è andato a inciampare nell’in-gombro del corpo, ingombro che ella tenta inconsciamente di eliminare con la denutrizione, il poco sonno, l’abuso della nicotina e in altre maniere offerte dalle circostanze. Cosa che la donna più anziana sembra indovinare subito, infatti nelle lettere immediatamente successive a quelle citate, comincia a richiedere notizie sulla sua salute, compreso il cibo, l’attività fisica, la vita affettiva, esortandola poi energicamente a cambiare stile di vita e ad avere cura del corpo. Ma, per quel che riguarda l’espressione letteraria, come abbiamo ascoltato, mostra di darle ragione. In realtà no o non interamente. Infatti, Rosa Chacel non porta una ragione di principio ma di fatto (i modelli letterari di fatto sono maschili), lasciando così affiorare la contraddizione
(2) Rosa Chacel-Ana María Moix, De mar a mar. Epistolario, Prólogo, edición y notas de Ana Rodríguez Fischer, Ediciones Península, Barcelona 1998.
(5)Guillaume de Saint-Thierry, Lettre aux frères du Mont-Dieu (Lettre d'or), Introduction, texte critique, traduction et notes par Jean Déchanet, Les Éditions du Cerf, Paris 1985, pp. 308-309.
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di un’esperienza femminile che si può esprimere in forme solo maschili o neutre. O, aggiungiamo noi, restare muta per affidarsi ai sintomi.
È evidente che siamo nella imminenza di una presa di coscienza che per molte di noi è associata alla pratica femminista del gruppo separato di donne. Quello di cui si tratta, ancora implicitamente, nello scambio tra le due donne, è un ordine simbolico che valorizza il maschile e interpreta come inferiorità ogni espressione della differenza femminile per se stessa. Il maschile come valore dominante s’intitola uno dei primissimi documenti del femminismo italiano.(6)
Che cosa manca alla coscienza del problema così come si esprime nell’epistolario De mar a mar, per rompere con l’ordine simbolico del patriarcato? E, dunque, che cosa è avvenuto con il femminismo?
Manca, chiaramente, il collegamento fra quello che ne è dei corpi e quello che ne è delle parole. Con il femminismo la politica – intesa, molto semplicemente, come arte di accordare convivenza e libertà - è arrivata dove corpi e segni si danno il cambio: dove i segni determinano il corpo e il corpo si fa sintomo. O, con una formula più sintetica, la politica è diventata politica del simbolico.
Devo introdurre una precisazione. Negli anni Sessanta-Settanta, già si sapeva, alcune lo sapevamo, che c’è una costruzione sociale dei corpi e della sessualità, e che il sistema del potere passa attraverso l’ordine del discorso. Per esempio, ricordo un mio scritto giovanile intitolato Norma grammaticale norma sociale basato sulla mia esperienza d’insegnante di scuola, in cui facevo vedere gli scambi tra l’insegnamento della lingua italiana e la costruzione del cittadino rispettoso dell’ordine costituito, scambi mediati dalla disciplina scolastica.(7)
Non ero in anticipo sui tempi, rendevo conto di un sapere politico circolante nel Sessantotto europeo. Lo dico perchè continua ad arrivarci da Oltreoceano tutta una letteratura filosofica e politica che nasce da una tardiva scoperta degli autori e idee circolanti in Europa trent’anni fa. E ignara, questa letteratura, compresa quella femminista, del salto operato dalla pratica politica delle donne che, mettendo in circolo fra loro i corpi e le parole, ha creato libertà, quella che nasce dal poter dare un senso libero a ciò che si è e si vive. Con senso libero intendo: un senso che il soggetto passivo, l’assoggettato, può produrre lui o lei stessa in parole rispondenti alla sua esperienza e ai suoi desideri, facendosi così soggetto parlante.
Un autore come Michel Foucault, che ha indagato a fondo la costruzione sociale e simbolica dei corpi come luogo del potere e del dominio, fino all’ultimo ha cercato pratiche efficaci nella lotta contro il sistema del potere e del dominio, senza trovarle. Nei termini di Foucault, i più avanzati forse prima della pratica politica delle donne, una come me poteva arrivare alla coscienza critica di una costruzione culturale normativa del suo corpo, regolata dalla logica binaria di maschile/femminile e sovrapposta al suo essere corpo vivente, desiderante e senziente. E poi tentare di fare leva sui punti di resistenza in lei e cercare l’alleanza con altre sulla base di una supposta comunanza di oppressione e di opposizione: una strada incerta e accidentata, come sappiamo. Con la pratica politica delle donne (mi riferisco alla pratica di relazione tra donne che comincia con il gruppo di autocoscienza) ho potuto partecipare alla generazione di un senso libero di quella che sono e di quello che vivo, opponendo alla costruzione sociale dei corpi, la loro generazione libera. Cioè, in pratica, la mia capacità di desiderare, di amare e di agire.
Sullo sfondo di queste ultime riflessioni c’è per me (e per altre) il tema della relazione materna e del saper amare la madre, da parte di una donna. Nella relazione femminile con la madre – e intendo: la relazione con la donna importante e potente che mi ha messa al mondo, intrecciata con il mio poter essere madre – cambia il significato del potere e del possibile: diventano un
(6) Pubblicato originariamente sulla rivista " Il manifesto ", settembre 1969, il documento, firmato da Daniela Pellegrini, Elena Rasi e Lia Cigarini, è stato ristampato in Rosalba Spagnoletti (a cura di), I movimenti femministi in Italia, Savelli, Roma 1978, pp. 49-63.
(7) Luisa Muraro, Norma grammaticale e norma sociale, " L'erba voglio " n. 12 (agosto-settembre 1973), pp. 28-32.
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poter essere. (C’è una pagina di Heidegger che si avvicina a pensare secondo un simbolico della madre; la si trova agli inizi della Lettera sull’"umanismo", là dove egli scrive del possibile come dell’ «essere che vuole bene».)
Di questo tema della relazione con la madre, vorrei sottolineare un punto, la pratica della disparità nelle relazioni tra donne. Rendere praticabile la disparità ha a che fare con la vita del desiderio. Quando entrano in gioco i desideri, si crea sempre disparità e viceversa: una politica che riesce ad andare oltre l’uguaglianza e la difesa o l’ampliamento dei diritti, risveglia le emozioni più profonde e può mobilitare le energie del desiderio. È qui che, secondo me, passa il crinale da cui viene il conflitto che molte schematizzano come conflitto tra uguaglianza e differenza: passa tra la politica che mira alla inclusione delle donne nel paradigma dell’uguaglianza e dei diritti, da una parte e, dall’altra, una politica del desiderio femminile, politica "oscena" quest’ultima, nel senso antico della parola: che sta fuori dalla scena, ma anche nel suo senso ordinario, per qualcosa che ha che fare con la sessualità femminile e le paure maschili.
C’è qualcosa, in quello che mi-ci è capitato con il femminismo, che non si lascia mettere in scena. Che cos’è? Non è niente di specialmente femminista, bensì qualcosa di forse profondamente femminile: è il desiderio "eccessivo", il desiderio di altro ancora, che si attribuisce talvolta alle donne. «Che cosa vuole una donna?» è la celebre questione con cui Freud conclude la Lezione 33. A poco a poco, nella letteratura psicoanalitica, si è fatta strada, quasi come una risposta a questo interrogativo, la nozione di un «godimento eccessivo», che eccede cioè l’ordine fallico per andare «al di là della barriera dell’incesto»(8). Teresa de Lauretis parla di «una soggettività femminile che eccede la definizione fallica», al seguito forse di quella lezione del Séminaire in cui Lacan aveva parlato di una "jouissance supplémentaire" rispetto a ciò che la funzione fallica designa come godimento, lezione che, nella edizione Miller, è intitolata a Dio e al godimento della donna (con la sbarrato).(9)
L’avvenimento sul quale m’interrogo, può essere, nel suo fondo, l’avvenimento della gioia di essere? Una gioia vicina alla radice che ha in comune con la parola godimento? Non ne faccio una teoria ma piuttosto il suo contrario, termino cioè con un fondo di inattingibilità.
Da tempo ho notato che la teoria femminista non si alimenta della sua autoriflessione ma della sporgenza verso altro. Le pratiche che giudico più feconde, sono pratiche di spostamento da sé; lo è anche quella del partire da sé, se riconosciamo tutto quello che c’è di allontanamento in quel "partire". Uno spostamento che può arrivare alla perdizione di sé, ma non è mai alienazione. Del movimento femminista mi è sempre piaciuto questo aspetto, che non si è mai rispecchiato in un’organizzazione, non ha mai costruito il teatro per la sua autoconferma e la sua identificazione.
Luisa Muraro
Basilea 16-17 marzo 01
in
http://members.xoom.alice.it/nuovofile/perbasilea.htm
(8) Elvio Fachinelli, La mente estatica, Adelphi, Milano 1989, p. 195.
(9) Teresa De Lauretis, Soggetti eccentrici, Feltrinelli, Milano 1999, p. 29; Jacques Lacan, Encore, Seuil, Paris 1975, p. 68.
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